13/11/2006 Wilderness  
Per una Wilderness profonda

“C’è solo una speranza di respingere la tirannica ambizione della civiltà di conquistare ogni luogo della terra. Questa speranza è l’organizzazione delle genti più sensibili ai valori dello spirito, affinché combattano per la libera continuità della natura selvaggia”
(Robert Marshall)

“Come i venti e i tramonti, la vita selvaggia era considerata sicura finché il cosiddetto progresso non ha cominciato a portarla via. Ora ci troviamo di fronte al problema se un ancora più alto livello di vita valga il suo spaventoso costo in tutto ciò che è naturale, libero e selvaggio” (A. Leopold)

“La battaglia per la conservazione della natura continuerà indefinitivamente,
perché essa è parte dell’universale battaglia tra il giusto e l’errore”. (J. Muir)

“La natura deve essere rispettata e salvaguardata per il suo valore in sé. E’ l'uomo che deve adattarsi alle sue esigenze e non viceversa. Se è possibile, si deve fare in modo che il mondo selvaggio viva nella sua libera continuità e nella sua fierezza, quella libertà e quella fierezza che l'uomo, prigioniero e schiavo delle proprie convenzioni, forse inconsciamente invidia"


In questo documento vogliamo porre in evidenza la parte più profonda del Concetto di Wilderness ovvero il valore in sé che riconosce agli elementi della natura. Emendiamo quindi gli aspetti di ecologia di superficie, infarciti di antropocentrismo a cui approdano molto spesso i vari movimenti wilderness (tra cui quello italiano). Infatti Franco Zunino, praticamente il “padre” italiano di tale movimento, con un pensiero tipicamente “occidentale” scrive: ” Secondo me non si può prescindere dall'uomo. Che piaccia o meno, l'uomo è al centro del mondo e non sarà mai possibile evitarlo. Ed essendo noi uomini dotati coscienza e di intelligenza, è inevitabile che qualsiasi cosa si faccia, la si faccia sempre per l’uomo. Quindi la conservazione della natura non è altro che una reazione alla parte dell'uomo che la sta distruggendo. Ma anche chi la vuole difendere, sempre per l'uomo lo vuole fare. Dire che bisogna preservarla di per sé e che così facendo poi servirà comunque all'uomo è quasi pleonastico, perché in realtà sempre per noi che la amiamo lo facciamo, che sia per scopi materiali, scientifici o spirituali. E allora non cerchiamo di negare una realtà che magari non ci piace ma che è tale, nell'illusione di una natura che vive di per sé (ma che certamente non si autoapprezza!). Se l'uomo non ci fosse, neppure la natura di per sé avrebbe senso. Io sono felice di sapere che la natura dell'Isola di Papua esiste integra di per sé, ma è comunque un di per sé che mi soddisfa ed appaga come uomo. Quindi è sempre per l'uomo che noi desideriamo la preservazione di per sé di luoghi che mai vedremo nella nostra vita, ma che finché viviamo ci allieta sapere che esistano. E' un concetto difficile da spiegare, ma alla fine sempre all'uomo si ritorna. Altrimenti, prima che opporci alla distruzione della natura di questo nostro pianeta dovremmo farlo per impedire che l'uomo ne scopra altri, i quali certamente esistono e vivono di per sé. Ma ha senso pensare così? Ci potrà mai appagare l'idea di un mondo naturale che vive di per sé ma che neppure sappiamo se esiste?! Io non credo. Per appagarci dobbiamo sapere che esiste, e nel momento che sappiamo che esiste, ecco che l'uomo torna al centro, a quell’ombelico che l'ecologia profonda vorrebbe negare”. (Leggasi invece: E se l’uomo non fosse al centro?). Lo stesso Zunino, in altro passo del suo pensiero, pare che si sconfessi da solo, quando dice: “la protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso" . E poi ancora: ".... Chi sente il desiderio di un rapporto diverso con l'ambiente, più legato ad esigenze interiori di beltà e solitudine, di riflessione, di godimento della bellezza, dei momenti del vivere e dell'evolversi della natura, più facilmente capirà l'esigenza di maggior rispetto, capirà che i diritti della natura, devono avere il primo posto e che l'uomo deve visitarla sempre pronto a tirarsi indietro non appena divengono evidenti i segni del mutamento che la sua presenza le arreca, che vanno dalla degradazione ambientale al disturbo della fauna, alla perdita di certi stati di pace e solitudine (che sono un diritto della fauna prima che nostro); pronto pertanto anche a rinunciare alla natura quando ne è il caso".

Continuando con Dalla Casa egli risponde a Zunino dicendo che ”Sono rimasto abbastanza stupito nel constatare che la filosofia wilderness, secondo la visione di Zunino, è completamente antropocentrica.
Le aree wilderness sarebbero da preservare allo stato completamente naturale, ma per la rigenerazione spirituale dell’uomo e non per un valore in sé o per la loro spiritualità intrinseca. In sostanza la filosofia wilderness si adegua ai principi dell’ecologia di superficie e del pensiero corrente, tranne che per il fatto (lodevole) di chiedere una gestione completamente diversa delle aree protette naturali-selvagge, che comunque restano isole in un mare di “progresso”.
L’affermazione che mi sembra davvero insostenibile è che l’ecologia profonda sarebbe “materialista” e la filosofia wilderness avrebbe invece aspetti più “spirituali”. Infatti:
- la filosofia wilderness, come esposta da Zunino, vede la parte spirituale-psichica-mentale solo nell’uomo: le aree wilderness vanno preservate, ma per il miglioramento spirituale dell’uomo;
- l’ecologia profonda vede un aspetto profondamente mentale-psichico-spirituale in tutte le entità naturali e nelle loro relazioni. Vede la nostra specie come componente interrelata in queste relazioni e quindi dotata anch’essa di profondo valore spirituale in quanto parte inscindibile di questa Natura, di quest’Anima del mondo.
Come si fa ad affermare che l’ecologia profonda è più “materialista” della filosofia wilderness? A me sembra proprio il contrario. Nella filosofia wilderness lo spirito è prerogativa di una sola specie, nell’ecologia profonda è ovunque.
Inoltre, a mio avviso il concetto di “primitivo” è privo di significato. Mi sembra invece che Zunino segua sostanzialmente le idee correnti che portano al vertice del cosiddetto “progresso” l’attuale civiltà industriale: al massimo ne chiede qualche correttivo. Mi sembra di capire che considera il “Cristianesimo”, palesemente inteso come l’attuale tradizione ebraico-cristiana, come un “progresso” rispetto alle visioni animiste-panteiste di tante altre culture umane.
La visione giudaico-cristiana-islamica è invece soltanto il frutto di spaccature profonde, dualismi inconciliabili fra Dio e il mondo, lo spirito e la materia, l’uomo e la natura. Diventa così facile passare al materialismo puro, basta togliere uno dei due termini, già ben separati. Non c’è nessuna “superiorità”. E’ forse superfluo aggiungere che tale visione non ha praticamente nulla dell’insegnamento di Cristo, di cui non sappiamo quasi niente. Resta soltanto l’impressione che tale insegnamento richiama moltissimo “l’amore compassionevole verso tutti gli esseri senzienti” del Buddhismo Mahayana.
Come dettaglio, esistono un centinaio di specie fossili intermedie con altri Primati, dagli Australopiteci al Neanderthal e poi all’Homo sapiens. Mi piacerebbe sapere da che parte vengono collocati questi esseri senzienti da chi sostiene la spaccatura umani-animali.
E poi aggiungo, non stiamo parlando di due contrapposizioni tra la filosofia wilderness e l'ecologia profonda. L'una è insita nell'altra e, soprattutto l'ecologia profonda, racchiude una visione universale che include ogni nostra positiva prospettiva delle cose. Infine è un grave errore inquadrare l'importanza della filosofia wilderness in una visione meramente antropocentrica (sarebbe più logico e significativo dargli una peculiarità ecocentrica ed olistica)”.


Occorre invece con forza ribadire il concetto del valore in sé della natura affinché si evidenzi ancor più un intimo legame che può intercorrere tra il concetto di Wilderness classico e l’Ecologia profonda, che porta con se una nuova etica ambientale integrata dal Manifesto per la terra; tutto ciò produce fondamentali elementi che universalizzano i concetti di conservazione e quindi di tutto il pensiero ecologico. Non è infatti sufficiente impegnarsi solo (anche se ovviamente è già un atto lodevole) alla salvaguardia di territori (wilderness e non), ma occorre anche impostare una nuova forma di pensiero affinché la protezione della natura divenga una sol cosa con il quotidiano esistere. Estinguere il dualismo e abbracciare la visione olistica e bioregionale del tutto. In tal modo il concetto di Wilderness epurato dai marcati riflussi dell'ecologia di superficie che, come abbiamo accennato, troppo spesso gli appartengono, esporterà principi non solo di salvaguardia diretta e reale delle aree selvagge, ma anche di pensiero.
Questo è un punto fondamentale poiché pensare di conservare un luogo quanto più selvaggio possibile senza andare ad intaccare anche una nuove concezione del mondo, è certamente un fatto importante, concreto e lodevole, ma ha alla base dei piedi di argilla, in quanto fermandosi ad una visione miope e mirata verso un unico elemento “superficiale” conservativo, in una proiezione futura verrà inesorabilmente fagocitato da un sistema di pensiero che è fermo alla centralità dell’uomo e sempre allo sfruttamento della natura, in tutti i sensi che tale concezione intende. Infatti vedere la Wilderness in funzione dell’uomo, anche se in forma prevalentemente spirituale, è anche essa una forma vera e propria di ”utilizzo“ utilitaristico della natura. In questo caso è meno grave, poiché è un utilitarismo volto ad esaltare fondamentalmente gli aspetti spirituali che l’uomo carpisce nel vivere la Wilderness (anche se non mancano quelli materiali), ma ha un “cancro” dentro se, poiché pone la questione in senso di proteggere un territorio per un ennesimo beneficio dell’uomo. E’ vero che la classica visione della wilderness riconosce il valore in se stesso di un territorio, ma ciò prende vita solo se l’uomo ne può “beneficiare” in un qualche modo. Ricordiamo invece il precetto fondamentale che dice “la natura deve essere salvaguardate per il suo valore in sé e non per un nostro interesse materiale, spirituale o etico che sia”; poi, a questo punto e con questa visione se anche l’uomo troverà un giovamento ben venga, anzi è auspicabile, ma ciò deve essere esclusivamente un riflesso, non lo scopo di quel ”salvataggio”. Occorre comprendere che se non si cambia la forma mentis utilitaristica, il libero dispiegarsi della natura non troverà mai spazio, perché sarà ”frenato” sempre dagli interessi diretti dell’uomo. E senza una visione olistica, ecocentrica ed universale, nel futuro tutto naufragherà nella totale distruzione di madre terra, poiché essendo dapprima stata totalmente posseduta dall’uomo, viene di conseguenza annientata. Nessuno mette in dubbio che l’uomo “originario” vedesse nella natura quasi esclusivamente elementi di sua utilità, ma in questo caso parliamo di “sopravvivenza” e, come il resto delle forme di vita sulla terra, “sfruttava” ciò che trovava a disposizione, ma non arrivava mai a distruggere ciò che era il suo pane. Ma l’uomo di cui stiamo parlando è un uomo che ha sviluppato una eccessiva, anzi direi, unica via di sfruttamento/utilizzazione delle risorse naturali che, oltrepassato i fini di sussistenza è approdato agli interessi “economici” e sta annientando tutto, solo perché oramai vede nella natura un immenso “cavoau di una banca” a cui “rubare” quanto più non posso, tutto il denaro che ivi trova riposto.
“Quando si parla di ecologia e protezione della Natura, occuparsi di ‘visioni del mondo’ sembra una cosa più astratta, o meno pratica, rispetto a dare consigli sullo smaltimento dei rifiuti o la conservazione delle foreste, ma è soltanto perché parlare di ‘visioni del mondo’ ha effetti a scadenza molto più lunga. Sono però aspetti che toccano molto più in profondità il comportamento e gli atteggiamenti, rispetto ai più immediati consigli pratici di ecologia spicciola” (G. Dalla Casa).
E’ certamente vero che voler cambiare la forma mentis, spostandola dalla visione attuale centrata-sull’umano verso una centrata-sulla-Terra, non è cosa facile ed immediata, ma sviluppare questa rinnovata visione (rinnovata poiché all’origine dei tempi così veniva vissuta) è fondamentale perché nel tempo, sia pure lungo, qualora affermata, approderà a risultati universali, unici ed imprescindibili. “L’uomo è un fenomeno filosofico sorpassato. L’universo è fin troppo vasto perché solo l’uomo vi dimori” (H. D. Thoreau) e, citando J. Muir “La natura ha tanti altri scopi, non certo gli interessi degli uomini”.

Dalla Casa, ricordando la figura di Arne Naess scrive a tal proposito: “In realtà, come filosofia di fondo e di comportamento, l’ecologia profonda era ben nota agli sciamani Hopi o Lakota, ad altre culture native o ad alcune filosofie di origine asiatica, ma Naess è stato il primo a definirla in termini scientifico-filosofici occidentali. In quell’articolo diventato famoso, Naess distingue fra un’ecologia “superficiale”, che si batte per la conservazione della natura, che però rimane risorsa al servizio dell’uomo, e un’ecologia “profonda”, che sostiene il valore intrinseco delle realtà naturali. Se tutto ciò che esiste è interrelato, se cioè “tutto dipende da tutto”, l’essere umano non è più separato dal mondo naturale ma ne è solo una parte, che interagisce con le altre e verso le quali deve assumere un atteggiamento empatico.
Il grande merito dell’ecologia profonda è quello di spostare la coscienza da centrata-sull’umano a centrata-sulla-Terra. Naess definì il movimento dell’ecologia superficiale, molto più diffuso di quello dell’ecologia profonda, come “la battaglia contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse, che farà spostare gli umani verso le nazioni cosiddette sviluppate”. L’approccio di superficie dà per scontata la fede nell’ottimismo tecnologico, nella crescita economica, nello sfruttamento basato sulla scienza e nella continuazione delle attuali società industriali. Naess così si esprime: “I sostenitori dell’ecologia di superficie pensano di poter modificare le relazioni dell’uomo con la Natura all’interno della struttura della società oggi esistente”.
“La maggior forza trainante del movimento dell’Ecologia Profonda – scrive Naess – se paragonato a tutta la restante parte del movimento ecologista, è l’identificazione e la solidarietà con tutta la Vita”.
Il primato del mondo naturale è considerato “un’intuizione” e non un derivato filosofico o logico. In linea di principio, ogni essere vivente ha diritto ad una vita libera, autonoma e dignitosa. Per Naess vanno compresi fra gli esseri senzienti gli organismi individuali, gli ecosistemi, le montagne, i fiumi e la Terra stessa.
Il libro di Rachel Carson “Primavera Silenziosa” (1962) lo aveva colpito profondamente. Gli esseri viventi, pensava Arne Naess, hanno un valore in sé. Come gli uccelli delle sempre più silenziose campagne americane, hanno bisogno di essere protetti dall’invadenza di miliardi di umani. Bisogna cercare una nuova armonia ecologica tra gli esseri viventi che abitano il pianeta Terra. Questo rinnovato equilibrio passa a livello teorico attraverso la rinuncia a qualunque forma di antropocentrismo: il diritto alla vita di ogni essere vivente è assoluto e non dipende dalla maggiore o minore vicinanza alla nostra specie. A livello pratico il nuovo equilibrio ecologico passa attraverso la riduzione della popolazione umana, l’uso di tecnologie a basso impatto ambientale e la mancanza di interferenza umana in moltissimi ecosistemi……..
Infine il significato dell’opera di Naess è stato anche quello di presentarci una via verso il ritrovamento di una relazione pre-industriale, animistica e spirituale con la Terra, con il rispetto verso tutte le specie e non solo la specie umana. Questo è il messaggio di cui ha bisogno il nostro tempo, che la Terra non è soltanto una “risorsa” per l’umanità, qualcosa che deve essere sfruttato commercialmente.
Purtroppo i personaggi più noti del movimento ecologista non hanno mai nominato pubblicamente l’ecologia profonda, né parlato della sua grande importanza: non è per caso, dato che i suoi principi comporterebbero modifiche considerate troppo drastiche alla società e soprattutto al sistema economico”.

“Non si può toccare un fiore senza disturbare una stella” (G. Bateson).
Dice Hargrove “La bellezza è un carattere intrinseco e oggettivo dell’ente naturale (il quale quindi è bello per il solo fatto di esistere), dunque essa è svincolata dalla percezione da parte di un soggetto…..” e conclude “…la Wilderness è oggi simbolo universale di un territorio selvaggio non manomesso dalla mano dell’uomo in cui la natura, libera di rappresentarsi, si manifesta in tutto il suo splendore”.

DEDICATO……. “ad una Wilderness che conservi per sempre gli ultimi territori selvaggi stando esclusivamente dalla parte della natura, grazie ad una sua visione, olistica, ecocentrica, profonda e che riconosce, nel suo massimo significato, il valore in sé della natura tutta”.


***


Prima che l’uomo civilizzato facesse la sua “apparizione” sulla terra, tutto il mondo era “wilderness”, un’immensa area selvaggia dove regnava solo la verità naturale. Poi è arrivato l’uomo civilizzato e, poco a poco, ha sottratto al mondo e a se stesso l’armonia imprevedibile e “caotica” della natura che era lo spirito della vita.
All’uomo risale dunque la responsabilità di provvedere alla conservazione della natura (perché è l’uomo che la distrugge e quindi è lui che deve conservarla); a meno che non lo si voglia considerare alla stregua di un semplice componente del materialismo dialettico, cui sarebbe stato affidato il compito di sovvertire integralmente l’ambiente naturale: solo questo potrebbe essere, in chiave ironica, l’essenza della filosofia antropocentrica. In verità gli interventi umani sul territorio sono devastanti e non risparmiano nessun elemento della natura: l’acqua, l’aria, la flora, la fauna, la materia inerte, ecc. Dinanzi ad un siffatto degrado la difesa dell’ambiente, tramite una visione wilderness pofonda, deve divenire un obiettivo primario e globale. Ma nella conservazione del mondo naturale occorre sgombrare il campo da una pregiudiziale che è di un tale rilievo da assumere il valore di una contraddizione in termini, poiché tale è appunto la pretesa di chi si ostina a considerare il problema ambientale esclusivamente in funzione dell’uomo. L’uomo è una parte, un tassello dell’ecosistema, non è l’ombelico della natura, perciò cade in grave errore chi subordina la salvaguardia dell’ambiente al primato dell’uomo. C’è insomma il rischio che nei nostri discorsi si presenti ognora il nostro inveterato antropocentrismo, tutto e sempre per l’uomo. Occorre ribaltare una siffatta concezione per porre al centro di tutto gli interessi globali della natura (ecocentrismo). La regola deve tendere a conservare la natura per il suo valore in sé: alla fine, come abbiamo prima detto, anche l’uomo se ne avvantaggerà ma sarà un riflesso, non lo scopo di quel salvataggio. Una visione ecocentrica porterebbe enormi vantaggi e riequilibri anche dal punto di vista sociale.
Solo l’ecologia profonda ha saputo elaborare tutto ciò, ma oltre ad essere stata ignorata o aspramente criticata anche dagli stessi “presunti” conservazionisti in auge, viene palesemente osteggiata perché mette in discussioni i miopi atteggiamenti dell’uomo esclusivamente valorizzati solo in funzione dei propri interessi, di qualsiasi natura essi siano!

”La civiltà non può prescindere dalla wilderness, la natura selvaggia ed incorrotta!” (John Muir).

Ma elaborare il profondo dissidio dell’uomo con la natura è un compito tutt’altro che facile, anche se si vuole arrivare semplicemente alla pura consapevolezza del fatto. E’ in parte come voler ricomporre un complicatissimo puzzle fatto di tanti elementi diseguali senza averne davanti l’immagine guida. Questo è dovuto anche dal fatto che occorre eradicare una forma di pensiero che negli ultimi secoli si è indirizzata, progressivamente, verso una disgiunzione totalizzante dove le monoculture mentali, improntate sul profondo solco del dualismo (l’uomo da una parte e la natura, ben distinta, dall’altra), si sono fortemente arroccate in una visione unilaterlmente volta verso la sola verità ed esistenza del genere umano. Un nuovo pensiero, libertario e di ampie vedute, deve dunque affrontare un duplice ostacolo; il primo è quello di eradicare il pensiero globalizzato sulla dominanza e unilateralità dell’uomo (pensiero che anche in forma inconscia è ora insito nelle menti), il secondo sarà quello di disarcionare le false certezze così fortemente incastonate per intravedere, sia pure in lontananza, una visione olistica del tutto. Quanti autorevoli personaggi con il loro dire ed il loro agire hanno cercato di svolgere questo immane compito, ma, almeno in prima battuta, si sono visti nella difficoltà di farsi metabolizzare da “monoculture mentali” volte all’esatto opposto. Ma forse un giorno quello che per ora, sotto certi aspetti, appare ancora distante, sarà compreso e praticato in totale consapevolezza e comprensione. All’inizio gli acuti “profeti” (Aldo Leopold, John Muir, H. D. Thoreau, ecc.) di un profondo cambiamento non sono stati capiti o addirittura del tutto ignorati, ma pur se il tempo è ormai molto ristretto, un cauto ottimismo sull’inversione anche parziale della rotta, potrebbe aleggiarsi nell’aria (?!). Comprendere, capire, autoesaminarsi sembrano terminologie e concetti difficili da digerire, ma non è escluso che facciano invece il loro giusto percorso per arrivare, alla fine, ad essere acquisiti. La speranza, pur se flebile, è sempre l’ultima a morire. Ma per il momento finché lo sfruttamento, il saccheggio e la distruzione del pianeta terra (sotto tutti i fronti) rappresenterà ancora un enorme vantaggio economico, estremamente arduo apparirà il modo di procedere verso la giusta operatività e visione delle cose. Sinora infatti l’uomo dalla sua cecità ha cominciato a vedere qualcosa, ma solo i resti fumanti lasciati dietro al suo devastante cammino e sarà così saggio e lungimirante da invertire la rotta? I dubbi rimangono molti e in gran parte irrisolti. Molteplici azioni che ora paiono positive sono ancora una piccola goccia d’acqua in un grande oceano eccessivamente sporco di “petrolio”!

“La protezione di un territorio naturale può certamente avere molti ruoli, molte finalità, ma credo che solo uno debba essere lo scopo per cui la si debba attuare: conservare il territorio fine a se stesso. E conservarlo vuol dire, o dovrebbe voler dire, far si che non venga alterato volutamente, vuol dire decidere di sottrarlo alla logica dello sviluppo (che è la logica del profitto) che è prettamente umana.
Decidere di conservare un luogo è decidere di tenere per quel luogo un comportamento ancestrale, animale, quale è la nostra origine, che è l’unico modo per poterci definire in equilibrio con l’ambiente: nessun cervo, nessun lupo, nessun orso ha mai potuto o preteso di “sviluppare” o “valorizzare” o “far produrre” il proprio habitat. Semplicemente da millenni lo utilizzano per quello che spontaneamente esso offre loro e lasciandolo immutato per altre generazioni. E’ solo l’uomo l’unica specie animale ad essere uscita da questo “cerchio della vita” (Franco Zunino).


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  • Riflessioni sull'Ecologia profonda e la Wilderness di Franco Zunino


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