06/10/2006 Wilderness  
WILDERNESS: LEOPOLD, THOREAU E LA CACCIA di Franco Zunino

Intervento in risposta alla tesi del filosofo Paolo Scroccaro il quale, come già tanti altri ambientalisti italiani tendenzialmente anticaccia, ha interpretato a suo modo il pensiero di Aldo Leopold.

«Io non ricordo la fucilata; ricordo solo l’indescrivibile felicità quando la mia prima anatra cadde sulla lastra ghiacciata con un tonfo e là giacque, a pancia all’aria, con le rosse gambe scalcianti»

Aldo Leopold
(tratto dalla parte non tradotta nell’edizione italiana del A Sand County Almanac)


Chi mistifica chi?
Gli effetti di cattive traduzioni e di ancora peggiori saggi ed articoli omissivi e mistificatori su Aldo Leopold e la sua Etica della terra quando il suo personaggio e l’Etica furono portati alla conoscenza degli ambientalisti italiani, ma anche su Henry David Thoreau, si fanno sempre più sentire (il primo apparve sulla rivista Airone diversi anni fa: rivista che dovette poi pubblicare, dandogli non poco risalto, una rettifica a seguito di una mia precisazione). L’ultima è del filosofo Paolo Scroccaro dell’Associazione Eco-Filosofica veneta. Nel suo intervento, qui pubblicato in apertura di questo dibattito, cerca di far passare l’AIW come mistificatrice dei fatti che riguardano Aldo Leopold, quando è il filosofo a mistificare fatti e personaggi per adattarli alla sua visione, chiaramente di ecologista anticaccia. Ma la verità vera è una sola, e l’AIW non ha paura di essere smentita, perché se non in Italia almeno negli USA esistono montagne di libri che la verità su Aldo Leopold ed Henry Thoreau la documentano inoppugnabilmente: libri, articoli e saggi scritti dagli stessi personaggi e/o da loro biografi. Scritti basati su documenti e non su chiacchiere o cattive traduzioni o, peggio, saggi manipolati che non meritano neppure citazione bibliografiche se non fosse che sono scritti in italiano - e per chi non conosce la lingua inglese è giocoforza costretto a leggere almeno questi. Libertà e democrazia sono veramente in gioco, perché l’egemonia culturale, come scrisse Gramsci, “impone ad altri gruppi i propri punti di vista attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise fino alla loro interazione”.
Aldo Leopold oggi è soggetto ad una mistificazione che nel nostro Paese fa il parallelo solo con quello che si legge sul famoso Renzo Videsott, storico Direttore del Parco Gran Paradiso e gran cacciatore. In alcuni libri e testi questi è fatto passare per un anticaccia, quando addirittura i suoi ultimi scritti da lui inviati per l’edizione a riviste di caccia ancora poco prima di morire, narrano solo di storie di caccia allo Stambecco! Del leopoldiano Sand County Almanac in Italia hanno addirittura evitato di tradurre i capitoli principali in cui Aldo Leopold parla di caccia!
Forse è anche per questo che l’autore dell’articolo che qui si vuole contestare si chiede che “c’entri con la caccia lo spirito della Wilderness”, facendo capire con questa semplice domanda di non conoscere nulla dello spirito della Wilderness, spirito che proprio nella caccia ha le sue radici non solo filosofiche (perché la pratica della caccia è strettamente legata allo spirito della natura selvaggia delle origini pionieristiche americane - si pensi a Daniel Boone, a Jedediah Smith o a Jim Bridger, famosi “mountain men” ai quali ultimi sono anche state dedicate due bellissime e vaste Aree Wilderness, ovviamente aperte alla caccia) ma anche nell’applicazione del suo concetto di conservazione. La prima Area Wilderness del mondo, quella che in America è considerata un pilastro, un emblema intoccabile, la Gila Wilderness Area, fu designata dal Servizio Forestale su istanza di Aldo Leopold con la finalità prima di preservare un vasto territorio da far rimanere selvaggio ma anche e proprio per finalità venatorie: “Una distesa ininterrotta di ambiente preservato nel suo stato naturale, aperta ad una caccia e ad una pesca legittime e lasciata priva di strade, sentieri modernizzati, strutture turistiche ed altre opere dell’uomo”.
Il filosofo Scroccaro si chiede poi anche cosa c’entri la “piccineria prepotente del cacciatore con l’etica della Terra propugnata da Aldo Leopold”, dimostrando ancora una volta di non conosce nulla di Aldo Leopold. L’Etica della terra (terra in minuscolo, e nel senso di suolo e di ambiente naturale, e non nel senso di globo che gli danno in Italia gli eco-animalisti fanatici anticaccia!) di Aldo Leopold c’entra talmente tanto con la caccia, che Aldo Leopold ne scoprì le fondamenta e ne coniò i principi durante un’escursione in Messico per scopi venatori: in quell’occasione lui ed i suoi compagni cacciavano con l’arco, ma cacciavano! Aldo Leopold ha praticato diverse professioni, dal forestale al biologo, a quella universitaria, a quella di libero ecologo nella sua proprietà del Wisconsin, dove poi morì per un attacco di cuore durante un incendio che stava bruciando i suoi amati rimboschimenti (eccola l’Etica della terra, nel senso che uno dei suoi più veri interessi fu il combattere l’erosione del suolo che in quegli anni in America aveva assunto proporzioni spaventose: la terra, the land, il suolo! Una land solamente intesa come metaforica espressione del grande ciclo della vita, con la predazione e la caccia come componenti inscindibili), ma soprattutto lui fu un cacciatore, un cacciatore convinto fino alla fine dei suoi giorni e non solo “nella prima parte della sua vita” come, mistificando, ha scritto il filosofo (basti a provarlo il fatto che benché pubblicato postumo - quindi l’ultima sua opera -, nel suo Almanac non vi è una sola parola contro la pratica della caccia)! E fu un altrettanto convinto studioso della selvaggina (è suo quello che ancora oggi è considerato il massimo manuale di gestione della selvaggina da caccia negli USA: Wildlife Management, il suo libro più noto dopo il più famoso A Sand County Almanac, “L’almanacco della Contea della Sabbia” - malamente tradotto in Italia con “Almanacco delle cose semplici” -; e per Leopold fu certamente l’opera più importante: un volume di ben 500 pagine!).
Un’altra mistificazione è quella del conflitto interiore che Aldo Leopold avrebbe avuto nei confronti della caccia. Sì, un conflitto interiore Aldo Leopold lo ebbe veramente, ma non sul fatto se dovesse o meno cacciare, ma semplicemente sul fatto se considerare gli animali predatori dei nocivi o non, invece, parti integranti e indissolubili dell’ecosistema. Un conflitto che anche tanti cacciatori italiani hanno avuto e alcuni hanno ancora, portati poi, come Leopold, ad apprezzare come i naturalisti la vita ed il diritto all’esistenza di animali quali il Lupo, l’Orso, l’Aquila reale ed altri predatori. Eccola l’esperienza di “Escudilla”, la montagna (oggi Area Wilderness, anche questa aperta alla caccia!) dove visse uno degli ultimi Grizzly dell’Arizona e che, come nel caso della lupa da lui uccisa, portò Leopold a riflettere sull’importanza degli animali predatori nel grande ciclo della vita (il suo “pensare come una montagna”); una montagna che Leopold, dopo l’uccisione di quell’ultimo Grizzly, la definì essere “solo più una montagna”, per dire che aveva perso quel fascino che la presenza del Grizzly gli conferiva agli occhi ed al sentire dell’uomo. Riflessioni e pensieri che nulla hanno a che vedere con le tesi pro o contro la caccia, ma caso mai sul significato del grande ciclo della vita che la wilderness anche rappresenta e di cui l’uomo come essere “predatore” è parte integrante.
Nel suo “pensare come una montagna” Leopold non vuole quindi criticare la caccia, ma solamente lo sterminio dei predatori che a quella sua epoca negli USA, come in gran parte del mondo, era portata avanti come metodo per aumentare la presenza delle specie di selvaggina cacciabile; per eliminare un competitore, in pratica. Non era lo sparare in sé a quei lupi che egli narra in questo capitolo del suo saggio, ma solamente lo sparare ai lupi. Che è una cosa diversa! Il filosofo Paolo Scroccaro riportando solo la prima parte del testo originario, altera il senso delle riflessione di Leopold, facendo quasi credere ai lettori che il “pensare come una montagna“ volesse essere una denuncia della caccia quale attività in sé, mentre era solo la denuncia di un certo modo di intendere la gestione della fauna per finalità venatorie. Così come stessa mistificazione egli fa in una nota (citando Susan Flander nota biografa di Leopold) dove riporta che “il pensiero di Leopold virò di 180° gradi rispetto a prima”. Con ciò facendo intendere che tale “virata” fosse stata contro la caccia, mentre essa era solo rivolta ad una diversa visione del rapporto caccia-predatori.
Aldo Leopold apprezzava la caccia per la sua funzione ricreativa, e questo lo scrive anche il filosofo Paolo Scroccaro, ed amava mantenerla in uno stato di rapporto equilibrato con l’ambiente, come a quell’epoca, ed anche prima, tanti altri famosi cacciatori-ambientalisti americani propugnavano di fronte ai massacri della selvaggina perpetrati sul finire del secolo XVIII e gli inizi del XIX, ma non erano contro la caccia tout court come si vorrebbe far credere in Italia. Il suo cacciare con l’arco era solo un momento di intervallo tra le tante cacciate col fucile, perché amando la caccia ne apprezzava tutti i metodi per praticarla. Avversare la modernità della caccia non significa essere contro questa pratica; significa solo volerla riportare, o mantenere, in una dimensione meno moderna e di equo prelevamento della selvaggina: proprio quella di farne uno sport, quello sport, quel divertimento che proprio gli anticaccia del nostro Paese non accettano e che pure sta nella tanto osannata cultura pellerossa (o dei nativi americani) come esempio di rispetto della selvaggina!
Essi, gli anticaccia, considerano questa sua visione della pratica venatoria come un rinnegare la caccia, e addirittura decidono loro di considerare quella sua visione “una fase immatura del suo pensiero” a confronto con una caccia corretta ed equilibrata con le consistenze faunistiche (quella che oggi sempre più spesso si pratica anche in Italia) in seguito da lui sostenuta (ma anche da Theodore Roosevelt, il famoso Presidente ma anche famoso conservazionista americano, convinto cacciatore per tutta la vita, e pur grande accusatore dei cacciatori che seguivano questa pratica solo a fini distruttivi della selvaggina). Era un’altra epoca e, soprattutto in America, la caccia aveva bisogno di un ridimensionamento per fermare il massacro che si stava facendo di ogni specie animale, e ci vollero i cacciatori-ambientalisti come Roosevelt, Jay “Ding” Darling, Leopold ed altri per far cambiare le cose, non i naturalisti né tanto meno gli animalisti che non mossero un dito, presi com’erano a difendere... i gatti di New York!
Quella “tecnoscienza” che il filosofo critica, intesa come manipolazione della fauna da parte dell’uomo, era proprio la “wildlife management” della selvaggina che predicava Leopold, e che proprio nel saggio citato egli alimenta evidenziando un aspetto che prima veniva ignorato o ritenuto in contrasto, facendo capire che selvaggina e predatori dovevano fare parte di uno stesso ciclo!
Leopold non ha mai scritto nulla contro la caccia come attività sportiva (quindi ludica), ma solo contro la caccia di sterminio della sua epoca, e fu per questo che molti cacciatori lo criticarono. E questo è quello che succede anche oggi nel nostro Paese dove la frangia dei cacciatori onesti sono spesso criticati da quelli che pensano solo alla preda. Ed è il caso, proprio qui, di evidenziare come l’amore per la caccia di Leopold era tanto immedesimato con la sua idea della natura selvaggia e della caccia come momento di vita all’aria aperta da non condividere la caccia come viene praticata in Europa. Proprio nel suo Sand County Almanac egli ebbe modo di scrivere che «In Europa la caccia e la pesca sono in gran parte prive di ciò che le aree lasciate allo stato selvaggio possono contribuire a preservare in questo paese. I cacciatori europei non si accampano, non cucinano e non lavorano nei boschi se possono evitarlo. I lavori faticosi sono delegati ai battitori ed ai servitori, e la caccia si svolge più in un atmosfera di scampagnata che non di avventura pionieristica. La prova dell’abilità è costituita, in larga misura, solo dall’effettiva cattura di selvaggina o di pesci.»
Questo fu Leopold, fino alla fine dei suoi giorni. Un mito per i conservazionisti americani, un mito tanto forte che molti dei massimi ambientalisti americani di oggi che portano avanti la sua visione dell’Etica della terra e la battaglia per salvare la wilderness rimasta, si ispirano a lui; e molti di essi (anche i più oltranzisti di Earth First!) sono anche cacciatori; tanto cacciatori che non v’e proposta di nuova Area Wilderness in cui non sia evidenziato il suo valore anche come terreno per la pratica della caccia!
Ma forse tutti i nostri eco-filosofi politicizzati questo non lo sanno, dato che leggono solo i saggi di quelli che come loro mistificano i fatti, creandosi il mito di un’ecologia profonda, che se mai dovesse applicarsi porterebbe solo al suicidio dell’uomo come unico modo per salvare il Pianeta!
In quanto a Thoreau, il “vegetariano” Thoreau secondo il filosofo Scroccaro, il predicatore anticaccia secondo gli animalisti italiani (che però era entusiasta dei pesci che pescava nel suo Lago Walden e della selvaggina che mangiava durante le sue escursioni nei Boschi del Maine!), egli fu una persona che pur non amando uccidere animali non ha mai rinnegato il diritto a cacciare se la preda poi veniva utilizzata per cibarsene, specie durante le esperienze di vita selvaggia. Egli, è vero, ha anche scritto della sua aspirazione a che un giorno l’uomo cessasse di uccidere animali, ma la sua critica era più rivolta alla pratica del macello di animali domestici che non a quelli selvatici: Thoreau fu contraddittoriamente sia procaccia sia anticaccia in varie fasi della sua vita (o, forse, in base a quello che scriveva!). Egli ha scritto cose importantissime a favore della caccia, assai più incidenti che non le frasi contrarie a quest’attività: «malgrado l’obbiezione su ciò che riguarda l’umanità, sono costretto a dubitare che esistano sport altrettanto validi da sostituire alla caccia; e quando qualche amico mi ha chiesto ansiosamente se dovesse lasciare andare a caccia i suoi ragazzi, ho detto di sì – ricordando che la caccia è stata una delle parti migliori della mia educazione.» «... il cacciatore è il più grande amico degli animali che caccia, non esclusa la Società Umana.». Assurti che più di tanti altri scritti di critica all’uccisone di animali ci dice quale fosse il suo vero pensiero sulla pratica della caccia.
Per concludere, forse Aldo Leopold ed Henry David Thoreau si rivolteranno anche nella tomba, ma non per ciò che l’AIW scrive di loro, bensì per la manipolazione che del loro pensiero nel nostro Paese fanno gli eco-animalisti e filosofi alla Scroccaro!
Aldo Leopold è considerato, specie dal mondo ecologista anglosassone, che è poi come dire la cultura in merito dominante nel mondo intero, il massimo ecologista. Evidentemente ai cultori dell’Etica della terra e dell’ecologia profonda (che non era nel pensiero di Aldo Leopold) dà estremamente fastidio il fatto che Aldo Leopold fosse stato un convinto cacciatore, e che una tale profonda idea di massimo rispetto per il mondo naturale fosse scaturita dal pensiero di un cacciatore è per loro una cosa inaccettabile. E allora ecco che bisogna rimuovere questo fatto, far sì che le nuove generazioni credano ad un Aldo Leopold che alla scoperta dell’Etica della terra abbia fatto seguire un rinnegamento della sua pratica di cacciatore, cosa che egli mai fece e mai pensò minimamente di fare (educò anche i figli a questa pratica)!
Ed ecco perché oggi Aldo Leopold vive e lotta con noi!


Fonte:
 

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