07/10/2006 Wilderness  
Wilderness: Thoreau, Leopold e la caccia di Paolo Scroccaro - 21/11/2010

Fonte: Documenti Wilderness, anno XXVI n.2 - Aprile/giugno 20011

“Dalla natura selvaggia dipende la sopravvivenza del mondo”
(Thoreau, Camminare, Oscar Mondadori, 1991, pag. 33)
“Non si può dire che la caccia produca grandezza d’animo e sapienza”
(Platone, Epinomide, 975c)

Dove sta andando l’Associazione Italiana per la Wilderness (AIW)?
Mercoledì 13 ottobre 2010, nel corso di un vivace dibattito televisivo sulla caccia, a tratti scivolato nella solita telerissa, è intervenuto anche il coordinatore veneto dell’AIW, il quale, sorprendentemente, non si è schierato con la LAC (Lega anticaccia) ed il WWF, rappresentati nella trasmissione, contro la caccia, bensì ha cercato di giustificarla. In sostanza, il rappresentante dell’AIW ha polemizzato non con i cacciatori, ma con i critici della caccia, sostenendo che, nell’ottica della Wilderness, che si ispira a H. D. Thoreau (1817-1862) e Aldo Leopold (1887-1948), la caccia è ben compatibile con la conservazione della natura selvaggia: se è vero che l’uomo appartiene alla natura e in essa ha un ruolo da svolgere, lo stesso dicasi per quanto riguarda l’uomo-cacciatore ed il suo rapporto con la natura selvaggia. In particolare, l’esponente dell’AIW ha insistito sul fatto che Aldo Leopold, padre della filosofia wilderness, era anche un convinto cacciatore. Concetti e riferimenti analoghi sono riportati nel sito di Wilderness-Italia, in cui Leopold in particolare è presentato come “il massimo ambientalista di livello mondiale”, pur essendo “un convinto ed appassionato cacciatore”. Per nobilitare i cacciatori, anche oggi si cerca di trasmutarli in ambientalisti: è una nota tesi delle associazioni dei cacciatori; desta però stupore che a sostenerla ci sia anche l’AIW. Molti articoli pro-caccia di questo tenore sono ospitati volentieri nei siti dei cacciatori, e questo è perfettamente comprensibile….noi però di cacciatori-ecologisti ne abbiamo visti pochini, anzi neanche uno, pur frequentando aree montane in cui la caccia è ancora molto praticata, più che in pianura. Sulla base della nostra esperienza, dobbiamo dire che non abbiamo affatto notato l’amore o almeno il rispetto per la natura, ma più che altro la brama di selvaggina con il minimo sforzo. Non faticose e avventurose battute di caccia, a piedi, nella natura selvaggia, ma comode postazioni cui si giunge abbastanza comodamente tramite fuoristrada, portandosi dietro potenti fucili tecnologici di precisione che rendono fin troppo facile colpire bersagli indifesi come caprioli, cervi, camosci….Dov’è la “spiritualità della caccia”, citata dall’AIW, in un contesto di sproporzione abissale tra la potenza tecnologica a disposizione del cacciatore e l’impotenza delle vittime? Dov’è l’aspetto sportivo e avventuroso, in una pratica violenta che si affida in modo preponderante alla tecnologia? Cosa c’entra tutto questo con lo spirito della Wilderness così come vissuto da Thoreau? Cosa c’entra la piccineria prepotente del cacciatore odierno con l’etica della Terra propugnata da Aldo Leopold?
In Veneto è anche peggio di così, se possibile, dato che la lobby dei cacciatori, con la caccia in deroga (in deroga rispetto alla legislazione italiana ed europea), pretende di sparare anche a piccoli volatili che altrove sono invece protetti! E tutto questo non certo per esigenze di sopravvivenza, ma solo per discutibile divertimento, per vincere la noia e soddisfare l’arroganza
capricciosa di gente che pretende di sparare a ciò che si muove, grande o piccolo esso sia… Di fronte a queste meschinità, Thoreau e Leopold si staranno rivoltando nella tomba.
Thoreau infatti, come è noto, propugnava il vegetarianesimo in modo esplicito. Infatti egli scriveva:
“Non è un rimprovero il fatto che l’uomo sia un animale carnivoro? E’ vero, egli può vivere, e in effetti vive, per lo più depredando gli altri animali; ma questo è un miserabile modo di vita – come può ben convincersi chi vada a mettere trappole ai conigli o a sgozzare gli agnelli – e sarà considerato benefattore della sua razza colui che insegnerà all’uomo di limitarsi a un cibo più innocente e più sacro. Qualunque possa essere la mia consuetudine, non ho dubbio che appartenga al destino della razza umana, nel suo graduale miglioramento, smettere di mangiare animali…”1.
Non si potrebbe essere più chiari di così: l’ispiratore della Wilderness, che considera “miserabile” la violenza umana contro gli altri animali ed il mangiar carne, non offre alcun appiglio ed alcuna giustificazione alla caccia.
Quanto a Leopold, occorre una riflessione più articolata, poiché bisogna considerare l’evoluzione culturale di Leopold, per il quale la caccia costituì effettivamente una fonte di dilemmi e conflitti interiori, come documentato nelle sue biografie. E’ ben vero che, specie nella prima parte della sua vita, era un appassionato cacciatore (e proprio per questo venne criticato da Rachel Carson2): in quanto tale, egli cercava di valorizzare ciò che lui considerava gli aspetti positivi della caccia, cioè la possibilità di sviluppare qualità quali disciplina, determinazione, senso dell’avventura, autonomia, resistenza fisica, conoscenza ambientale…(più o meno ciò che ripetono anche oggi le associazioni dei cacciatori, quando tentano di nobilitare la caccia)3. Le biografie aggiungono però che Leopold era crescentemente turbato dalla caccia nel suo aspetto più violento, quello dell’uccisione: Maribeth Lorbiecki4 racconta che egli amava profittare della pratica della caccia soprattutto per immergersi nella natura, camminare, attraversare foreste, osservare gli innumerevoli dettagli della natura, spesso riportati in schizzi e disegni… Avversava invece la modernizzazione della caccia, cioè la penetrazione al suo interno della mentalità tecnologica e consumistica, tale per cui lo spirito di avventura era sostituito dalla “voglia di confort a tutti i costi”, grazie ad un’infinità di accessori tecnologici che alteravano gravemente la concezione romantica che Leopold aveva della caccia. Una nota immagine lo ritrae armato semplicemente di arco e frecce: un’immagine-simbolo, che sintetizza il suo disgusto per la meccanizzazione della caccia. Nonostante queste riserve nei confronti della tecnica, Leopold commise degli errori non da poco (di cui lui stesso più tardi fece ammissione), specie dopo la laurea in silvicoltura (1909) e nel corso dell’attività professionale per la parte in cui si dedicò al controllo delle foreste e della fauna.
In quella fase infatti Leopold era fortemente influenzato dalla politica ambientale di Gifford Pinchot, il quale concepiva la scienza forestale in una prospettiva marcatamente antropocentrica ed utilitaristica: si trattava di gestire le risorse forestali secondo criteri di eco-efficienza, razionalizzandone l’uso in modo da evitarne la distruzione e garantire “la massimizzazione dei beni naturali utili all’uomo”5 per il bene delle generazioni attuali e di quelle future. E’ un punto di vista che oggi verrebbe qualificato come “ecologia superficiale”, in una logica di “sviluppo sostenibile”. All’epoca, negli USA, il movimento di conservazione della natura operava in una simile prospettiva, seguita anche da Leopold il quale intendeva estendere “il programma conservazionistico pinchotiano anche alla gestione della selvaggina”6. Non a caso Leopold diventerà (1933) il primo docente universitario di “gestione della selvaggina” (presso l’Università del Wisconsin). Dietro tale progetto di razionalizzazione scientifica delle risorse vegetali ed animali, opera un punto di vista antropocentrico e alquanto arrogante: la convinzione che la tecnoscienza possa gestire il mondo naturale, gli ecosistemi, molto meglio della natura stessa. Il Leopold fervente cacciatore e conservazionista, agisce lui stesso all’interno di questa visione del mondo: evidentemente, l’AIW ha in mente solo questa fase immatura del pensiero di Leopold, e non considera gli sviluppi successivi, per i quali è diventato celebre negli ambienti ecologisti e non solo,
Nel quadro appena delineato, l’eliminazione degli animali predatori (lupi, orsi, coyote…) costituiva un aspetto importante di quella “gestione razionale delle risorse”, auspicata anche dai cacciatori, poiché si calcolava che così facendo venivano salvaguardati gli erbivori (cervi prima di tutto), ai quali avrebbero poi pensato i cacciatori. Le cose non andarono proprio così; le cronache dell’epoca (recepite dallo stesso Leopold)raccontano che la crescita demografica dei cervi risultò provvisoria: ad essa seguì poi il degrado della vegetazione (per eccesso di erbivori, in seguito all’eliminazione dei predatori carnivori), e ciò comportò l’autoriduzione spontanea del numero dei cervi. Non era meglio lasciar fare alla natura, invece di interferire con avventurosi programmi di “gestione delle risorse”?
A questo punto fa la sua comparsa la svolta ecologista radicale di Leopold, testimoniata tra l’altro in una esperienza di enorme impatto psicologico e spirituale, che lasciò un segno indelebile in Leopold e in molti dei suoi lettori:
“Stavamo mangiando su una sporgenza rocciosa, ai cui piedi un torrente turbolento piegava a gomito. Vedemmo quella che pensavamo fosse una cerva guadare il torrente, immersa fino al torace nell’acqua bianca di spuma. Quando si arrampicò sulla sponda dalla nostra parte e scosse la coda, ci accorgemmo del nostro errore: era un lupo. Un’altra mezza dozzina, evidentemente piccoli già cresciuti, balzò dal folto dei salici, radunandosi per dare il benvenuto, scodinzolando e litigando giocosamente….A quei tempi non avevamo mai sentito che qualcuno si lasciasse sfuggire l’occasione di uccidere un lupo. In un attimo stavamo scaricando piombo sul branco, con più eccitazione che precisione….Quando i fucili furono scarichi, il lupo adulto era a terra…. Raggiungemmo l’animale agonizzante, che era una lupa, in tempo per vedere un feroce fuoco verde spegnersi nei suoi occhi. Mi resi conto allora, e non l’ho mai dimenticato, che c’era qualcosa di nuovo per me in quegli occhi, qualcosa che solo lei e la montagna sapevano. A quel tempo ero
giovane e mi prudeva il dito sul grilletto; pensavo che meno lupi significasse più cervi, e quindi niente lupi equivalesse al paradiso dei cacciatori. Ma quando vidi spegnersi quel fuoco verde, sentii che né la lupa, né la montagna condividevano quel punto di vista”7.
“Lupi” di Dolores Corona
Possiamo dire che, a partire da questa esperienza, Leopold dà l’avvio ad un ripensamento radicale8 e inizia a “pensare come una montagna”, abbandonando il punto di vista calcolatore ed antropocentrico della “gestione razionale delle risorse”9. Qui la montagna simbolizza un punto di vista più ampio che trascende quello, angusto e limitato, del singolo ente, si tratti pure dell’uomo; questo pensiero cosmicamente orientato richiede una nuova etica, l’etica della Terra, che viene sintetizzata in un altro eccellente capitolo di Almanacco di un mondo semplice. Come spiega bene Leopold, l’etica della Terra supera le elaborazioni etiche moderne, poiché queste ultime sono parziali in quanto si riferiscono solo al mondo umano, mentre “ l’etica della Terra allarga semplicemente i confini della comunità per includervi suolo, acque, piante e animali o, in una parola sola, la terra”.
Queste due nozioni, qui richiamate in modo cursorio, hanno il grande merito di tratteggiare in modo essenziale la spiritualità della wilderness, la cui importanza è condensabile nel detto profetico di Thoreau, che recita:
“La salvezza del mondo si trova nella natura selvaggia”.
Commentandolo in modo profondo e suggestivo, Leopold scrive che il significato di questa formulazione è racchiuso, o simbolizzato, “nell’ululato del lupo, che le montagne conoscono da molto tempo, ma che gli uomini raramente percepiscono”.
Ebbene, come accolgono i cacciatori americani la svolta10 di Leopold verso la spiritualità della Wilderness e l’etica della Terra?
Curt Meine, narrando la biografia di Leopold11, descrive la reazione rabbiosa dei cacciatori del Wisconsin; in tale contesto venne persino diffuso un periodico in cui Leopold era fatto bersaglio di insulti malevoli per alcuni anni, fino alla sua morte, nel 1948. Negli ambienti ostili dei cacciatori, circolavano domande provocatorie del tipo: “Ormai preferisci il lupo all’uomo?”.
Evidentemente, alcuni che oggi ritengono di rappresentare la Wilderness, non ne rispettano affatto la spiritualità e invece di “pensare come una montagna”, pensano come un uomo, anzi come dei cacciatori dalla visione ristretta, la cui grande aspirazione è sparare ai fringuelli.
Paolo Scroccaro


1 Thoreau, Walden, B.U.R., 1993, pag. 286.
2 Rachel Carson, la nota autrice di Primavera silenziosa.
3 Se questo è il punto, Thoreau insegnava che per realizzare tali virtù non è necessario andare a caccia: è sufficiente il vagabondaggio quotidiano nella natura, dato che “dalla foresta e dalla natura selvaggia derivano il tonico e la scorza che fortificano l’umanità” (Thoreau, Camminare, Oscar Mondadori, 1991, pag. 33).
4 Maribeth Lorbiecki, autrice di Aldo Leopold: A fierce green fire (il titolo presenta un evidente riferimento allo sguardo della lupa morente, così come descritto da Leopold in Pensare come una montagna – vedi nota 7).
5 Vedi Marco Armandi, La lezione di Aldo Leopold e le prospettive in Italia dell’etica ambientale (in Silvae, anno II, n. 6), che fornisce una buona panoramica su Leopold e sulle diverse posizioni relative all’etica ambientale.
6 Vedi Marco Armandi, La lezione di Aldo Leopold e le prospettive in Italia dell’etica ambientale (in Silvae, anno II, n. 6).
7 Aldo Leopold, Pensare come una montagna (sta in Almanacco di un mondo semplice, Red, 1997).
8 In una conferenza del 1936, Leopold ammise che “la gestione della vita selvatica ha già riconosciuto la propria incapacità di sostituire gli equilibri naturali con altri artificiali” (citazione riportata da Sergio Bologna nella sua prefazione ad Aldo Leopold, Almanacco di un mondo semplice, Red, 1997). Nello stesso anno, durante un viaggio in Messico, Leopold poté constatare che vi era un maggiore equilibrio là dove non erano intervenuti i famigerati programmi di gestione scientifica delle risorse.
9 Questo nuovo angolo visuale comporta innumerevoli applicazioni: la più significativa prescrive che l’uomo non ha un diritto di proprietà sulla terra, ma eventualmente un limitato diritto d’uso che deve condividere con innumerevoli altri esseri non-umani.
10 Secondo Susan Flader, verso il 1935 il pensiero di Leopold vira di 180° rispetto a prima (Thinking like a mountain, University of Missouri Press, 1974). Il 1935 è l’anno in cui partecipa alla fondazione della Wilderness Society; inoltre acquista una fattoria nei pressi del Wisconsin River, che diventerà un osservatorio privilegiato dei cicli e dei ritmi della natura.
11 Curt Meine, autore di Aldo Leopold. His Life and Work e di The Essential Aldo Leopold – Quotations and Commentaries.

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