27/12/2005 Racconti  
Risveglio al Nord, breve racconto di Alessandro Santucci

E' grigio il cielo, e fredda l'aria che tira quando esco dal mio rifugio che caldo non è.
La tenda ha il telo induruto dal ghiaccio che si è formato nel freddo della notte, quasi forsse diventata una parete dura, a cui è stata tolta la vita che aveva ieri sera quando, al tramonto, l'ho montata, chiedendo un conforto, un calore anche intimo, che ha saputo diluire e donarmi nelle lunghe ore di buio.

E' silenzio rotto solo dal lento e sommesso fischiare del vento, quello che mi accoglie quando mi drizzo e abbraccio lo sguardo a prendere questo momento in cui l'eternità è l'unica compagnia per me.
L'asfalto della strada a sinistra non porta nulla, forse viene da secoli remoti e mi ha portato fin qui perché questo serviva alla mia anima, certo oltre al vento nemmeno un uccello mi fa compagnia.
Ma forse è questo che voglio,
Forse è questo che mi fa stare bene, ora, qui.

La neve posata sui pendii dei piccoli contrafforti che mi osservano muti, ancora immersi nel loro sonno, mi chiama a provarne la consistenza e mi rimanda un'immagine di bianco che non è il finto del Natale, nella mia città, quando lo osservo, nelle vetrine con l'ovatta che serve solo a chi lei, la neve, non l'ha mai nemmeno sfiorata.
Questa è neve fredda, è neve che fa crosta, è dura anche a prendere per bere, per mettere in bocca ed assaggiarla, questa è neve di vita, di montagna, quella vera! E il vento fa da sottofondo al mio muovere passi lenti e ancora densi di stanco sonno, ma anche rispettosi di questo sacro che avverto attorno a me, in cui mi trovo immerso, e di cui ieri sera, al buio, non mi ero nemmeno avveduto.

Gli occhi li dobbiamo aprire, dobbiamo vedere, per credere, per capire, ed alle volte anche quelli fisici e non solo quelli dell'animo. Quando gli occhi li apriamo scopriamo attorno a noi il mondo, il vero mondo, e non quello costruito dietro schermi o per vendere, raccontato da finzione.
Quando con gli occhi abbiamo il cuore e questo diventa un tutt'uno, rimaniamo muti, attoniti, di fronte a quello che alcuni dicono essere Dio, altri il Divino, altri l'Universo.
Ci perdiamo a cercare nomi e descrizioni e ci perdiamo la verità che è là, davanti a noi, sempre e da sempre. Ci sfugge dalle mani la vita, mentre cerchiamo di afferrarla con le definizioni con le caselle che servono solo alla nostra fantasia, nel delirio di potenza umano, mentre Lei, la Vita, esiste, è, null'altro.

Muto, sento il respiro, esce fiato bianco dalla mia bocca, si mischia al vento che ora porta piccoli fiocchi bianchi. Muto osservo, la mente è ferma, non ho pensieri, non coscienti, accetto tutto, mi immergo, mi fondo nel tutto.
Muto respiro di ciò che vedo, di ciò che entra a pieni polmoni in me e sento quanto mi stia riempiendo, quando stia vivendo una sorta di estasi, una trasfigurazione che non sta in nessun vangelo eppure sta qui da sempre, per tutti, non di qualcuno, ma per ognuno che lo voglia, che lo scelga

Mi volgo: alle spalle trovo lo stesso, mi volgo ancora.
Il lago grigio, a destra, si increspa con l'aria, eppure è una tenue coperta stesa fra il verde, delicatamente tosato fra i sassi grigi delle rocce che affiorano. Il ruscello scorre, gli porta qualcosa, gli va incontro e diventano lago, come il lago risale verso di lui e si fa ruscello, senza che nessuno stabilisca come, né dove. Ma cosa importa, è tutto qui, nulla di specifico, è qui, soltanto è!

Le nuvole lontane sembrano lo sfondo di una quadro d'autore ignoto. Non un bel grigio, non colori strani è unici. Del tutto normale grigio, del tutto piatto cielo denso di pioggia che forse non cadrà, o forse sì. Le nuvole non hanno un nome, stanno là, si mischiano e si abbracciano fra loro e non si risentono perché perdono qualcosa, sono così, tutte una, eppure di forme e colori che mai le prevedi e mai le vedi ripetersi.
Le nuvole, ora, stanno ferme, sembrano non sentire il vento che mi carezza la pelle del viso e me la gela. Quel grigio pian piano scende, va a carezzare anche la roccia, lontana, bagnandola perché forse è troppo secca, o forse senza motivo.
Perché non so solo osservare, solo accettare?
Perché cerco sempre una causa?

Mi fermo, mi placo, mi riprendo me stesso e lascio l'altro a vagare cercando ragioni e formule, cercando legami e spiegazioni e abbandono tutto. Per un attimo abbandono la vita tutta, quella che mi sono portato nello zaino che sta nella tenda, ai miei piedi, e sento che sono dentro l'infinito, che sono io l'infinito! Poi sottile, riappare l'altro, torna a farsi vivo, perché c'è. Allora mi sposto e mi allontano io, lo lascio là a parlare a chiedere motivi e dare risposte.
Mi sposto e vado verso il lago, cammino nell'erba verde bagnata di nuvole della notte, fredda e gocciolante acqua che rugiada non è, ma che bagna lo stesso, scarpe, piedi, le mani anche se ce le appoggio.
Il terreno è mollo, sotto c'è umido, qualche sasso si alterna, ma i piedi rimbalzano senza urtare, come se camminassi fra le nuvole, nel grigio che mi sta sulla testa e che non si muove e mi osserva.
Il vento ancora mi carezza la pelle, ora mi entra sulla pelle, sul corpo e mi fredda addosso, ma non dentro. Il vento mi toglie calore ma me ne dona altro, di altra natura, di altra specie. Mi accorgo di questo mentre piano piano, muovo passi fra il muschio o qualche cespuglio basso, verde di umido e basso di vento.
Sento riempirsi il mio me stesso, sento il vento darmi quello che non conoscevo, un caldo freddo, un caldo dentro, che nessuno vede mentre il freddo tutti lo temono, tutti quelli che non sanno, che non vogliono vederlo, quello che c'è sotto.

Una lacrima scende verso il naso, viene dall'occhio, viene dal vento o dal cuore, non so. Una lacrima che scivola piano e percorre la pelle dove la barba spunta dopo giorni di compagnia con me stesso in questa piana del Nord. La lacrima non mi porta male, non porta tristezza, la lacrima mi ricorda quanto sia pieno di tutto e quanto il cuore, là dentro, sotto tutto, sia vero e si stia svegliando, tornando a vivere, come brace che aspettava il tizzone e il gesto ravvivante.

E mi sento ancora tutto, stavolta per sempre.


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