27/12/2005 Racconti  
Brevi racconti, di Alessandro Santucci

Canto nel mattino

Quando pochi raggi di luce filtrano nell'aria, quando anche con le nuvole grigie sulla nostra testa, e quindi il sole non intende alzarsi dal suo sonno, appena poca luce riesce ad emergere, lui, quel piccolo uccello che abita sull'acero di fronte alla mia finestra, si sveglia ed inizia il suo canto. Verso di vita per lui, canto per me, umano che non ho tale dote.
Sono le 5 del mattino, poi le 5 e mezza, poi le 6, e poi ancora trascorre il tempo, e lui imperterrito, con costanza che umano non avrebbe, canta ripetutamente e ripete il verso che sa fare, il suo inno alla sua vita, forse incosciente, senza nemmeno porsi la questione di cosa stia facendo.
Siamo noi umani, cosiddetta specie evoluta, che ci poniamo simili quesiti, lui piccolo uccello di normali colori e che vive in una normale cittadina del litorale romano, si accontenta di essere vivo e di gridarlo al mondo, a suo modo. E lo fa ripetutamente, come una macchina che martella, come il trapano pneumatico che fra poco inizierà a bucare per permettere alla fibra ottica di essere posata ed evolvere la nostra vita umana, portando internet dovunque, nelle nostre case.
Lui l'uccello, non so nemmeno di quale specie sia, se passero, se colibrì, se uccello esotico immigrato qui da cieli blu dell'Africa o nato da mamma indigena in quest'albero, lui vive senza internet, canta, fa la sua normale piccola e sconosciuta vita, e la trascorre, tranquillo.
Eppure ogni mattina ripete quel verso, mille e mille volte, ed ora anche che ne sto scrivendo, ripete con la regolarità di una macchina, ogni gionro che la sua vita si svolge.

Ricordo, anni fa, alle pendici di una montagna delle infinite che ho visto ed ammirato in silenzio, grato. Ricordo l'acqua di fusione del ghiacciaio: sgorgava da un buco grigio della ghiaia della morena di fronte a cui mi ero seduto, e lo faceva con forza, e lo faceva di continuo, grande getto di grigio freddo, eppure affascinante.
Stetti là molto tempo, ad osservare, forse, sotto sotto, aspettando che il flusso diminuisse, come quando sbuchi gli scarichi dei terrazzini di città, dove si è accumulata l'acqua della pioggia, e tu sturi lo scarico, levi le foglie secche che lo hanno intasato, e l'acqua sgorga, con forza, per poi, lentamente, spegnersi e diventare goccia che va a morire.
Quel ghiacciaio no, non faceva spegnere niente. E mi scopersi a pensare meravigliato ed attonito a quanta acqua, ogni giorno, senza posa, usciva da quel buco, e di quanta forza ci fosse in quel punto ed in quella immagine.
Noi umani spesso ci meravigliamo di tante cose che per la Natura sono del tutto normali, come il bambino estasiato di fronte alla barba portata via dalla lametta del rasoio del papà: a lui sembra magia, mentre il papà ha perso quella meraviglia di fanciullino innocente.
Noi umani di fronte alla Natura siamo così, e questo alle volte ci riempie di semplice e bella meraviglia, per fortuna ancora.
Ricordo mi colpì l'idea che io sarei andato via, e la notte, nel buio, senza dover vedere per cercare la strada, quell'acqua, sarebbe continuata a sgorgare, e così il giorno dopo, e così da chissà quanto tempo e per quanto ancora.

L'uccello continua a strillare il suo verso. Non è un cinguettio semplice, è un canto complesso ed articolato. Non so cosa significhi, ma lui lo ripete, infinite volte.

Noi umani abbiamo inventato un simbolo, un otto coricato, per dire infinito, per simboleggiare un qualcosa che si svolge ogni giorno sotto i nostri occhi, e noi neppure vediamo, o scorgiamo ma lasciamo avvenire senza degnare di un occhio diverso. Noi umani ci arrabbattiamo nelle piccole lotte penose se viste da fuori o nell'osservare gente che reputiamo famosa, fare cose insulse, e stiamo là, allocchi a bocca aperta, ad ammirare, estasiati, e ce ne beiamo, perché quello asssorbe la nostra mente, l'animo, le emozioni.

Quell'uccello, nella normalità del verde di un acero, da anni e per anni, o forse no, continua una meraviglia a cui nessuno dà attenzione.
Le nuvole ogni mattina scorrono nel cielo, sempre diverse, eppure sempre le stesse, sempre vapore di acqua e sempre dal basso provengono e per secoli lo hanno fatto e se umano non altererà eccessivamente la loro vita, per secoli ancora lo faranno.
Un disco rosso ed uno bianco, ad ogni giro di boa, si alternano nel cielo, facendo a gara e rincorrendosi. Fratello e sorella per Franceso, che li aveva notati e ne era rimasto, lui sì, abbagliato e ammirato e ripieno di gratitudine, per quell'infinito corrersi dietro che si svolgeva dall'infinito passato e di cui ci eravamo dimenticati. Fratello e sorella giocano ogni giorno ed ogni notte, senza gridare il loro gioco, ma donandocene la grazia e il pregio, eppure noi andiamo e passiamo oltre:... non ti curare di loro disse il Poeta, ma in questo caso non sarebbe il caso. Sarebbe forse di curarsene e fermarsi un attimo.

Passa la vita, trascorre, e la impieghiamo a costruire castelli di nulla, che poi distruggiamo perché ce ne stanchiamo. Castelli d'oro abbiamo sotto gli occhi, trame d'argento e diamanti preziosi. Sono solo mischiati nel normale, come i disegni della Settimana Enigmistica: si devono annerire gli spazi con i puntini neri e l'immagine compare, ed allora, come bambini, restiamo là a bocca aperta per la scoperta fatta.
Allora taciamo e ammiriamo.

Sull'acero il piccolo uccello fa una pausa, forse è stanco, forse si è annoiato di ripetere la stessa cosa, si è alienato direbbe qualche filosofo politico.
Scrivo un altra riga, ma lui riprende, non sa cos'è la politica, per fortuna sua, né la filosofia, e riprende il suo verso, sorrido fra me, guardo nel verde, rami folti, verde intenso, il cielo è grigio dietro al verde, oggi penso che pioverà.
Mando un saluto al mio amico.
Ma lui non lo sa, che cos'è un amico, vive, questo gli basta.


Bosco

Mi sveglio fra la nebbia grigia: sembra autunno. Che dico.. fra pochi giorni è autunno!? Eppure ieri era estate, faceva caldo, avevo sete e sudavo, ma oggi.. oggi è autunno, sento l’odore della legna sul fuoco, il sapore della carne alla brace, il sapore del freddo!

Mi smuovo dal torpore della notte, sposto il sacco a pelo e getto occhi intorno. L’umido pervade tutta la zona e mi piace, mi piace perché sono al cado qui, sotto le piume, ma anche perché mi sento nel “mio” ambiente.
Osservo gocce che cadono lente dagli aghi dell’abete di fronte al mio viso, ascolto un uccello (non so che specie sia!), che canta il suo risveglio, mi godo quel risveglio, della natura e mio.

Mi muovo, lento, con scricchiolii nelle ossa, con umido che mi entra dentro la pelle , malgrado il pile ed i vestiti caldi. Ma mi pervado di ciò che mi circonda. Odore di bagnato, odore di bosco, odore di selvatico, odore di vita normale, senza quello che mi inquina la vita di ogni giorno in città.

Mi muovo sulla strada, è una vecchia carrareccia militare, la percorro con calma, e ripenso a quanti l’hanno già percorsa prima di me, sotto carichi gravosi, con la paura del proprio oggi che gli avrebbe portato forse la morte.
Già, siamo così noi, parliamo di fede, di aldilà, di vita eterna, ma poi, davanti alla morte abbiamo tutti paura!

Salgo lento e mi inoltro nel bosco, la strada va dentro, passa fra tronchi spezzati da fulmini invernali, fra rami da cui pende la resina profumata. Vedo formicai e funghi spuntati nella notte, vedo piccole pigne con cui potrei ornare qualcosa in casa, togliendole a questo posto incantato.

Ascolto la voce degli gnomi e quella delle fatine che popolano queste lande. Ascolto il canto di mille esseri magici che cullano il ritmo dei miei passi e mi protegge dai ricordi della città. Un movimento su un albero mi porta ad intuire qualcuno, forse uno scoiattolo, uno sbattere d’ali.. forse un corvo o chi sa…

Ascolto, mi fermo, cessa il rumore dei miei passi. Ascolto, faccio silenzio ed “ascolto il bosco”. Gocce cadono ancora, le sento, scricchiolii qui e là, e rumori d’ogni genere, ma lievi, tenuti, come i colori della giornata che avanza. I fumi del vapore avvolgono questo Avalon in cui mi sto inoltrando; nessuna Morgana mi accoglie, o forse, la Morgana è questa, quest’aria e questa atmosfera che ti avvolge l’animo prima del corpo.

Lascio la strada, vado fra gli alberi, vicino, li tocco, li accarezzo.
Parlo con la vita del bosco, le sussurro parole che non so. Sento forte la vita ora, sento l’intenso di qualcosa che mi prende alla gola, o forse allo stomaco. Lo sento dentro!
Intingo la mano fra gli aghi di pino che fanno da tappeto al mio passare; gusto le gocce su un ramo di chi sa che pianta, e sorrido, dentro e fuori.
Avverto cose che non so nemmeno spiegare, nemmeno portare in parole, pensate o scritte, ma avverto!

Il bosco, questo magico posto dove sono io e lui. Dove per la prima volta avverto forse il Divino, o forse lo avevo sempre avvertito, ma mai così, vivo, intenso, forte.
Mi fermo ed alzo gli occhi. Raggi di sole filtrano, mi accarezzano la barba ormai lunga. Mi sento animale fra simili, mi sento albero fra simili, mi sento “dentro”.. forse è questo il vero vivere!

Mi muovo e torno fra i sassi, mi affaccio ad altri metri di nulla, di inesplorato verde e sono felice, sereno, grato.

Grazie alla vita che mi ha dato questo, vale mille diamanti e mille tesori, vale una vita, vale la MIA vita!

Swaroski in montagna

Dal passo Tonale partono molti sentieri, lunghi e meno lunghi, facili e più impegnativi, tutti ti portano là, nella montagna, quella che sia, delle tante che lo sovrastano e lo abbracciano.
Salivo nel sole del mattino, il vento fresco me lo faceva dimenticare, il caldo; in città si cuocevano, io lo godevo, il calore, il suo carezzarmi le ossa dopo un inverno non solo nel fisico, ma anche nel cuore.
Avevo scelto, come sempre, un percorso dove la gente è poca, dove posso stare con me stesso mentre un piede segue l'altro e mentre la mente si abbandona a quel ritmo, regolare, lento quanto serve, e il cuore si allarga, come dilatato dal calore del sole e da ciò in cui mi immergo.
Salire è qualcosa che mi viene d'istinto, salire e faticare: alle volte mi sono chiesto quanto di strano ci sia in questo mio amarlo, eppure è così. Ma salgo e sento che divento più leggero, non nel corpo, da qualche altra parte.
Rivedo le pagine appena finite, qualche sera fa, di MacFarlane: “Luoghi selvaggi”, e quel suo avere imparato a guardare la natura in modo diverso, per scoprire che il selvaggio sta ovunque, ovunque tu lo voglia trovare, anche a poche centinaia di metri fuori città.
E' una cosa banale, dopo che l'hai capita, come sempre, mentre prima sembrava assurdamente lontana da me. Cerchi, ti muovi, vai a impegolarti in cose assurde, per cercare quel selvatico che ti fa sentire vivo, che ti fa toccare la vita che senti dentro te, nel profondo: e poi scopri che lo stesso lo puoi trovare senza farti centinaia di chilometri, o senza avere bisogno di 3000 metri di montagna davanti.

Un tappeto di stelle alpine ho visto ieri, ancora oggi ne tengo l'immagine con me, mi ci sono trovato all'improvviso in mezzo, un tappeto di metri e metri, senza inizio né fine, all'improvviso, potevo stendermici come su un lenzuolo, bianco, soffice, caldo, carezzevole. Il ghiacciaio del Presena mi riflette sulle spalle il suo biancore che, lentamente anno dopo anno, sta svanendo: il progresso, questa ineluttabile storia che ci obbliga a distruggere ciò che poi diciamo di amare, lo sta facendo diventare acqua e la roccia nera che sta là sotto, protetta, esce allo scoperto, per spaccarsi sotto il sole che la cuoce come in un forno.
Eppure salgo, eppure i piedi vanno da soli, ho il pilota automatico, dentro me sono felice, vorrei urlare la mia felicità, e lo faccio, ma in cuor mio, e questo mi basta.

Poi un passo diverso.
Più lungo, non so, più faticoso forse.
Lo faccio, salgo, quel mezzo metro e.. mi volto, non ne conosco il motivo, mi volto dietro a vedere.
Sconosciuta. Nuova. Silenziosa nella sua tranquilla solitudine. Una pozza d'acqua.
Saranno due metri di lunghezza, saranno altrettanti di larghezza, sarà mezzo metro dentro, fino al fondo, ma l'acqua sembra non esserci, sembra vetro, sembra cristallo posto là, stamane, da un artigiano di quelli bravi, il migliore.
Il sole, di sbieco, sbatte su quel cristallo, ma non lo incrina, lo sfiora e ne rimane mutato, la sua luce mi colpisce, tutto è come diverso.
Piccoli esseri nuotano, sono molti, ma piccolissimi, girini credo, e vanno e vengono e vivono, come me che salgo senza motivo su pendii erbosi e rocciosi per andare a conquistare un sasso che starebbe là ugualmente senza me.
La vita ha un suo equilibrio, che ci si vada a mettere gli occhi o che non lo si faccia: continua e scorrere, ma io ho avuto un regalo.
Il mio selvatico ora sta qui, quello che il libro raccontava della Scozia, io l'ho avuto ora, qua!
Mai riuscirò a ritrovare questi due metri quadri di Swaroski lasciati fra il verde del pendio e il nero delle rocce. Mai potrò riportarci qualcuno, mai potrò vantarmi della “scoperta”. Non serve, non si può, queste sono scoperte che non vanno negli annali, non ci devono andare, ne ci si deve vantare, di cosa poi...
Quel pezzetto di universo che mi ha colpito alle spalle sta là ancora, forse, ma sta anche nella memoria del cuore, e mentre le parole scendono dalla tastiera sul foglio, lo rivedo e ne riascolto il fresco che stava là fra i girini.

Questa è vita, questa è felicità, per me.
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