05/04/2006 Ecologia profonda  
Ecologia profonda di Guido Dalla Casa

Fondamenti dell’ecologia profonda

Nell’impostazione di pensiero dell’ecologia profonda, la nostra specie non è particolarmente privilegiata. Gli esseri viventi e gli ecosistemi, come tutti gli elementi del Cosmo, hanno un valore in sé. Tutta la Natura ha un valore intrinseco e unitario, così come ha un valore in sé ogni sua componente, formatasi in un processo di miliardi di anni. La specie umana è una di queste componenti, uno dei rami dell’albero della Vita.
Quindi, anziché parlare di “ambiente” come se la Natura fosse un palcoscenico delle azioni umane, si useranno espressioni come “il Complesso dei Viventi”:
- “impatto ambientale” diventerà “alterazione apportata al Complesso dei Viventi”;
- i “difensori dell’ambiente” diventeranno “persone preoccupate della salute, dell’armonia e dell’equilibrio psicofisico del Complesso dei Viventi”.
Il mondo naturale non è “patrimonio di tutti”, ma è ben di più: è di miliardi di anni anteriore alla nostra specie. Se proprio si vuol parlare di appartenenza, è l’umanità che appartiene alla Natura e non viceversa.
Invece di ambizione, successo, affermazione personale (o di gruppo, o di specie), saranno considerati valori la conoscenza, la serenità mentale, l’attenuazione dell’ego e la percezione: in definitiva una sorta di identificazione con la Mente Universale, di sintonia con il ritmo vitale cosmico.
In questo quadro l’idea occidentale-biblica sulla posizione umana appare più o meno come un curioso delirio di grandezza.
Mentre nell’ecologia di superficie la Terra va rispettata perché è di tutte le generazioni presenti e future, nell’ecologia profonda la specie umana non è depositaria né proprietaria di alcunchè. Questa idea ricorda la risposta di Nuvola Rossa agli invasori europei che volevano comprare la parte migliore del territorio Lakota e Oglala: “La terra è del Grande Spirito; non si può vendere né comprare”. E’ un peccato non conoscere le lingue amerindiane, perché probabilmente il significato reale era “la terra è il Grande Spirito”. Naturalmente i bianchi occuparono quelle terre con la violenza.
Anche l’idea di “progresso” sottintende una determinata concezione culturale ed una certa visione della storia che non sono condivise da tutta l’umanità. Gran parte delle culture umane sono vissute nella Natura senza preoccuparsi del progresso e della storia. Anche se niente è statico, tutto è dinamico e fluttuante, questo non significa che siano necessari i concetti di progresso e regresso: il miglioramento o il peggioramento si riferiscono solo a parametri e valori propri di un particolare modello e non hanno alcun significato universale.
Il concetto di progresso è un’invenzione dell’Occidente per distruggere le altre culture umane e restare l’unica cultura del Pianeta: ha senso soltanto se si prende a riferimento una particolare scala di valori, che è sempre relativa ed arbitraria.
Il termine “sviluppo” significa in realtà il grado di sopraffazione della nostra specie sulle altre specie e della civiltà industriale sulle altre culture umane.
Invece nell’ecologia profonda non esiste alcun modello privilegiato. Sono valori “in sé” l’equilibrio globale e la varietà e complessità delle specie viventi, degli ecosistemi e delle culture. I termini “crescita” e “diminuzione” sono complementari, in equilibrio dinamico, senza connotazioni positive o negative.
Di conseguenza i concetti di risorse e rifiuti non sono necessari: essi presuppongono infatti l’idea che si eseguano processi o modifiche tali da prelevare qualcosa di fisso - le risorse - e scaricare qualcos’altro - i rifiuti, il che significa un funzionamento non-ciclico, incompatibile con la condizione di equilibrio.
Con queste premesse la cosiddetta “produzione” è - in ultima analisi - una produzione di rifiuti. Lo stesso termine “civiltà” è inutile e pericoloso, perché sottintende un giudizio di merito basato su una scala di valori particolare, considerata ovvia.
“Civile” significa oggi infatti “conforme ai princìpi dell’Occidente” e niente di più. Non c’è nessun motivo per considerare la civiltà occidentale migliore della civiltà degli Yanomami, dei Papua, degli Eschimesi, dei Dogon, o delle mille altre culture comparse sulla Terra. Allo stesso modo nell’ecologia profonda non ha alcun senso parlare di specie “utili”, “nocive” o “innocue”, in quanto qualunque cosa si trovi in Natura ha la sua giustificazione in sé stessa e nel Complesso cui appartiene. Non deve servire a qualcuno o a qualcosa.
In sostanza nell’ecologia profonda il concetto di “ambiente” viene superato per lasciare posto alla percezione di far parte di una Entità psicofisica molto più vasta, cioè della Natura, che si manifesta nella massima varietà ed armonia, nel più grande equilibrio dinamico delle specie; è un sistema autocorrettivo dotato di Mente.

Alcuni aspetti della crisi attuale

Nell’ecologia profonda non si tratta di “coniugare sviluppo e ambiente” ma di rendersi conto che il dramma ecologico è nato nella civiltà industriale e ha invaso il mondo al seguito della tumultuosa espansione di questo modello. Il mito dell’industrializzazione è sorto nella cultura occidentale solo due o tre secoli orsono.
Il problema non è soltanto pratico, ma soprattutto filosofico. Infatti, solo come esempio, le scoperte pratiche fondamentali per “far partire” la tecnologia erano già note nella cultura cinese da diversi secoli. Ma in Cina non hanno fatto nascere il processo di industrializzazione, che vi è stato importato solo in tempi molto recenti, di ritorno dall’Occidente. Evidentemente il sottofondo del pensiero cinese - ispirato in gran parte alle filosofie del Tao e del Buddhismo – non poteva indirizzare quelle conoscenze sulla via poi seguita in Europa: le motivazioni sono state quindi essenzialmente culturali. La spiegazione ufficiale che gli Europei erano “più avanti” è solo un giro di parole. Anche la cultura indiana tremila anni orsono aveva concetti probabilmente più raffinati di quella europea del millecinquecento: nell’India di allora non mancava certamente la capacità di fare certe scoperte, c’era però la precisa percezione che era impossibile e inopportuno seguire una certa via.
Infatti con la concezione di un mondo fatto di polarità complementari ed equivalenti (Taoismo) o di un mondo privo di qualunque “ego” individuale o collettivo (Buddhismo) non avrebbe avuto alcun senso l’idea di “dominio” su qualcosa, come si vedrà nel Capitolo 6.
Invece il fondamento ispiratore della cultura occidentale, o ebraico-cristiana, è l’Antico Testamento, e qui va ricercata una delle cause del nostro atteggiamento verso la Natura. Ne parleremo nel prossimo capitolo.
Ma ci sono state altre evoluzioni successive, soprattutto l’estendersi nel pensiero generale della filosofia di Cartesio e della fisica di Newton, proprio nei secoli che hanno immediatamente preceduto la nascita della civiltà industriale.
Nel quinto capitolo si farà qualche cenno all’influenza di queste idee che, innestate sulle concezioni dell’Antico Testamento, hanno provocato l’attuale massiccia aggressione alla Natura, ma si tratta di idee consolidate e concretizzate nell’Ottocento e non propriamente moderne: c’è sempre una notevole inerzia fra il pensiero nascente e le concezioni di massa, quelle che determinano l’orientamento e l’azione collettivi.
Tutta la nostra cultura “ottocentesca” di oggi è permeata dall’antitesi, dalla contrapposizione con la natura: la vita è vista come “lotta contro le forze della natura”. In altre filosofie questo significherebbe “lotta contro l’Organismo al quale apparteniamo”, il che è privo di senso e causa di nevrosi e conflitti. Non per niente dove è più degradato l’ambiente c’è anche più crisi umana, con alti tassi di criminalità, psicopatie, suicidi. La divisione fra “l’uomo” e “l’ambiente” è artificiosa e fittizia.
Se le cellule del cancro potessero esprimersi, probabilmente avrebbero un’idea dello “sviluppo” assai simile a quella della civiltà industriale, che invade, rendendole uniformi, le altre specie e le altre culture umane, con andamento analogo a quello dei tumori che avanzano a spese delle altre cellule dell’Organismo, il cui comportamento si basa invece non sulla crescita permanente, ma sull’equilibrio dinamico.
Ci sono molti esempi di vita spicciola che evidenziano l’inconscio collettivo dell’attuale civiltà industriale.
Moltissime persone, se si allontanano dalle città, si preoccupano soprattutto di cose come le vipere e le frane, ma si mettono tranquillamente in autostrada. Non occorrono troppe statistiche per rendersi conto che l’automobile è migliaia di volte più pericolosa di qualunque evento naturale: non sono sufficienti sessantamila morti all’anno e un milione di feriti in incidenti stradali, solo in Europa, per percepire questo fatto.
Quanti entrerebbero nella foresta amazzonica? Eppure è evidente che è molto più pericoloso attraversare di notte qualche quartiere di New York o di San Paolo. Le nostre concezioni inconsce, cioè culturali, spingono a temere gli eventi naturali molto più di quelli dovuti alle macchine o ai nostri simili, contro ogni evidenza numerica.
Questa è una civiltà tecnologica, non scientifica: non prevale il desiderio di conoscere, ma quello di manipolare.
Inoltre, tutto ciò che tocca i fondamenti della nostra cultura non si può neanche studiare: viene semplicemente negato o accantonato e lasciato senza indagine di sorta. Ad esempio, qualunque studio su possibilità di “reincarnazione” o “rinascita”, o comunque sui fenomeni psichici in vicinanza della morte, o su interferenze o identità spirito-materia è di fatto respinto a priori dal mondo ufficiale.
I cosiddetti “movimenti per la vita” ritengono ovvio occuparsi solo della vita umana, ma non si preoccupano affatto delle torture inflitte a tante forme di vita e dello stato di salute del Complesso dei Viventi.
Nella nostra cultura avvengono le più allucinanti manipolazioni genetiche su tutte le specie viventi, con creazione di ibridi e di esseri strani: ben pochi se ne preoccupano. Invece, al solo lontano accenno di far nascere uno scimpanzè-uomo (a parte la sua impossibilità), c’è stata la sdegnata rivolta degli scienziati ufficiali. Ogni manipolazione di quel tipo è un’assurdità. Ma almeno lo scimpanzè-uomo, se lasciato libero in qualche superstite foresta o savana di questo povero Pianeta, ci avrebbe ricordato che siamo della stessa, identica natura degli altri esseri viventi.
Le basi della cultura occidentale su questo argomento sono estremamente fragili. Esseri come gli Australopiteci o l’Homo erectus si sono estinti da poche centinaia di migliaia di anni, tempo insignificante nella scala complessiva della Vita. Il fatto che questi ominidi siano estinti è del tutto contingente. Se fossero viventi, la nostra cultura, a seconda del parere di qualche istituzione, prenderebbe uno dei seguenti atteggiamenti:
- considerare la caccia a questi esseri come uno sport;
- chiudere gli ominidi nelle gabbie degli zoo;
- ripristinare la schiavitù;
- considerare l’uccisione di un ominide come omicidio volontario punibile con l’ergastolo.
E’ forse per questo che c’è sempre una sottile “paura” di trovare vivo qualche Yeti sulle pendici dell’Himalaya. Tutto per continuare a contrapporre “uomo” ad “animale”: così perdiamo di vista la spiritualità della Vita.
Ma anche se ci limitiamo alle specie ora viventi, si può notare che: più aumentano le nostre conoscenze sul comportamento dei Primati, più diminuiscono le differenze fra primati umani e non umani. Ad esempio, la differenza di informazione genetica fra la nostra specie e lo scimpanzè è dell’ordine dell’uno o due per cento.


In altri termini, la cultura giudaico-cristiana non è riuscita ancora a concepire un’etica della vita e resta ancorata a una morale che si interessa esclusivamente della specie umana.
L’idea di uomo, nel pensiero dell’Occidente, è costruita in contrapposizione all’idea di animale: umanità e animalità vi appaiono come termini antitetici, sia nella concezione biblica che nell’idea scientifica di derivazione baconiana. Ma si tratta di una contrapposizione largamente mitica e scientificamente insostenibile.

Etica e diritto nell’ecologia profonda

Gli studi di un’etica non limitata soltanto alla nostra specie e di una giurisprudenza che non veda gli umani come unici soggetti di diritto sono appena nascenti in questi ultimi anni, a parte isolate eccezioni di precursori.
Fra questi possiamo certamente ricordare Aldo Leopold che, nel suo A Sand County Almanac affermava che “una cosa è giusta quando tende a preservare l’integrità e la bellezza della comunità biotica nel suo complesso (per comunità biotica si intende il complesso di tutti gli esseri viventi e del loro habitat). Una cosa è sbagliata quando manifesta la tendenza contraria”. La concezione di Leopold è olistica, in quanto la Natura è intesa come un tutto, avente vita e valore propri.
Se sentiamo usare per elementi della Natura termini come anima, dignità, diritti, ambito morale, non dobbiamo pensare che si stia parlando in senso analogico o poetico, o che si tratti di accostamenti arditi. Oltre che più rispetto, potremmo avere nella Natura un arricchimento spirituale più completo.
“Lo spirito dell’albero, della montagna, del fiume” non sono analogie azzardate, ma rispecchiano l’anima del mondo, che era ben riconosciuta da quelle culture umane che dedicavano gran parte del tempo al magico e al sacro.
Inoltre, per confronto con le concezioni dell’ecologia di superficie, ricordiamo che rispettare il naturale non-umano solo nella misura in cui è simile a noi è una concezione ben misera del rispetto, che dovrebbe invece fondarsi su una filosofia che riconosca i diritti dei non-umani in quanto entità che ne sono degne.
Anche rispettare la foresta amazzonica perché “appartiene agli indios” è già una concezione da ecologia di superficie ed è assai riduttivo, perché ribadisce che - per l’Occidente - la Natura vale qualcosa in quanto appartiene a qualcuno. Probabilmente l’affermazione stupirebbe alquanto le culture originarie locali, per le quali risulta invece evidente il fatto che sono loro ad “appartenere” alla foresta, come totalità più grande. La foresta deve esistere integra perché ne ha il diritto etico, in quanto ha un valore in sé.


Qualche esempio

Per richiamare la differenza fra ecologia di superficie ed ecologia profonda riprendiamo, per esempio, il problema delle foreste:
- l’ecologia di superficie vuole salvare le foreste perché senza di esse l’umanità non può vivere e l’atmosfera terrestre ne resta alterata;
- l’ecologia profonda vuole salvare le foreste, oltre che per la ragione precedente, perché sono sacre, sono una mente: la foresta è soprattutto un’entità spirituale.
Alcune culture amazzoniche avevano l’albero cosmico, attorno al quale si organizzava l’universo, fisico e metafisico.
Oggi l’umanità occidentalizzata è sempre più chiusa in sé stessa: l’antropocentrismo non riesce più a vedere, al di fuori dell’uomo, altro che oggetti. Un tempo, la natura aveva un significato che ognuno percepiva nel suo intimo, nel suo inconscio. Persa questa percezione, l’uomo distrugge la natura e con ciò si condanna.

Ricordiamo comunque che l’ecologia profonda - come filosofia di vita – non è nata negli anni Settanta dalle idee di Arne Naess o da qualche movimento di minoranza di oggi: da tremila anni in India, e da tempi ancora più lunghi in tante culture animiste, idee ben diverse da quelle che hanno poi foggiato la civiltà occidentale avevano avuto modo di diffondersi nella mente collettiva, come dimostrano questi pensieri, tratti da antichi testi indiani: “Ogni anima va rispettata e per anima si intende ogni ordine, ogni vitalità che la sostanza possa assumere: il vento è un’anima che si imprime nell’aria, il fiume un’anima che prende l’acqua, la fiaccola un’anima nel fuoco, tutto questo non si deve turbare”. In uno dei sutra si loda chi non reca male al vento perché mostra di conoscere il dolore delle cose viventi e si aggiunge che far danno alla terra è come colpire e mutilare un vivente.
Anche nel nostro mondo classico ci sono state voci in tal senso, come Pitagora, ma la corrente principale dell’Occidente ha condotto all’attuale mentalità antropocentrica e materialista, ha portato l’odierna civiltà industriale, e con essa l’inquinamento, la deforestazione, l’esplosione demografica, la denutrizione, la tossicodipendenza e la criminalità.
La nostra società è incapace, per numerose ragioni, di risolvere questi problemi.
La prima ragione dipende dal nostro sapere frammentato in discipline e compartimenti stagni e dalla metodologia riduzionistica della scienza ufficiale, entrambi fattori che concorrono a farci vedere i nostri problemi isolati l’uno dall’altro.
Un’altra ragione è quella di considerare i problemi alla luce della brevissima esperienza della nostra civiltà industriale, una frazione minima dell’esperienza umana complessiva sul nostro pianeta.
Ma forse la ragione principale è che dovremmo affrontare la conclusione inaccettabile che i nostri problemi sono inevitabili fattori concomitanti di quello che siamo abituati a chiamare “progresso”, e che quindi possono essere risolti soltanto invertendo questo tipo di sviluppo: “ponendo il progresso all’opposizione”.
Deve perciò essere trasformato il nostro sistema politico-economico e, per applicare soluzioni reali, è necessario allora individuare quali siano state le caratteristiche principali delle società tradizionali del passato che si dimostrarono capaci, per migliaia di anni, di evitare di creare i terribili problemi che ora ci troviamo di fronte.
Postulare una società ideale per la quale non ci siano precedenti nell’esperienza umana, come hanno fatto molti dei nostri teorici della politica, è molto simile a postulare una biologia alternativa senza riferimento alle strutture biologiche del tipo di quelle che finora si sono dimostrate vitali.
Non si vuole sterilmente cercare di riproporre il passato, ma per individuare le caratteristiche indispensabili di società stabili e capaci di risolvere i problemi attuali dobbiamo trarre ispirazione dalle società tradizionali del passato.

Da un essere vivente lontano da noi

Quando un’ape trova una fonte di nettare, ritorna all’alveare e comunica alle altre api la sua scoperta spiegando dove si trova la fonte di cibo, attraverso la cosiddetta “danza”, cioè formando in volo una figura composta da una circonferenza e da un suo diametro. In questa danza:
- l’angolo formato dal diametro percorso con la direzione del sole è funzione della direzione dei fiori;
- il valore del raggio della circonferenza è proporzionale alla distanza dei fiori.
In altre parole, l’ape fornisce alle sue compagne la posizione dei fiori in coordinate polari. Dopo questa comunicazione, le altre api sono in grado, da sole, di trovare facilmente i fiori e quindi il nettare.
Resta aperta ogni considerazione sul significato di questo fatto: se cioè le api siano in grado di “misurare” le distanze e gli angoli, anche in rapporto al nostro concetto di misura. Probabilmente questa constatazione, dati anche i suoi aspetti geometrici, avrebbe fatto felice Pitagora.


Per integrare cliccare su: COSA E' L'ECOLOGIA PROFONDA


Fonte: Libro "Ecologia profonda" (Pangea edizioni, 1996)
 

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